La salute della donna

Le principali Malattie a Trasmissione Sessuale

AIDS, candida, vaginosi, herpes…: non pensare di saperne abbastanza, informati! In queste pratiche schede trovi sintomi, diagnosi e trattamento delle principali MST. Per ogni dubbio rivolgiti tempestivamente al tuo Ginecologo.


AIDS

Altre denominazioni Sindrome da Immunodeficienza Acquisita
Sindrome da HIV.
Il tipo di infezione

Infezione virale

L’AIDS (dall’inglese Acquired Immune Deficiency Syndrome), riconosciuta e identificata per la prima volta negli Stati Uniti nel 1981, è un’infezione virale, che può essere letale per l’uomo, diffusa in tutto il mondo, causata dal virus HIV (dall’inglese Human Immunodeficiency Virus).

Il virus HIV, isolato da Luc Montagnier nel 1983 è dotato di un involucro esterno (envelope) e di una parte interna (“core”) che si integra nel genoma delle cellule umane infettate.

L’AIDS costituisce lo stadio clinico terminale dell’infezione da HIV. Il virus causa danni progressivi al sistema immunitario e ad altri sistemi ed organi, come il sistema nervoso centrale. A causa del deficit del sistema immunitario, si verifica una notevole riduzione delle difese del soggetto contro le infezioni, che si manifestano in modo sempre più frequente e grave. Il malato è anche facilmente soggetto a particolari forme tumorali (Sarcoma di Kaposi, linfomi cerebrali).

Esistono due tipi di virus HIV: il tipo-1 (HIV-1), quello più aggressivo e maggiormente diffuso e il tipo-2 (HIV-2), meno aggressivo e diffuso soprattutto nell’Africa occidentale.

Il contagio Il virus può trasmettersi attraverso il sangue (dove l’HIV è presente sia in forma libera, che associato a cellule), lo sperma, le secrezioni genitali femminili e il latte materno. Fortunatamente il virus è molto labile di fronte ai comuni disinfettanti (per es. acqua ossigenata) e può sopravvivere solo per brevissimo tempo al di fuori del sangue.

Le modalità di trasmissione della malattia sono tre:

  • Sessuale (rapporti non protetti, rapporti multipartner, rapporti promiscui, rapporti occasionali). Rappresenta la principale via di trasmissione. Circa l’80% delle infezioni da HIV sono trasmesse sessualmente
  • Parenterale (scambi di siringhe infette)
  • Perinatale (da madre a figlio durante la gravidanza, il parto o l’a llattamento).

Il contagio può avvenire sia da persona solo sieropositiva (fase di latenza dell’AIDS) che da persona malata (AIDS conclamata). Il virus non si trasmette attraverso:

  • Baci (a meno che non vi siano lesioni della mucosa)
  • Abbracci
  • Contatti sociali (bar, ristoranti, altri locali pubblici)
  • Colpi di tosse
  • Strette di mano
  • Contatto telefonico
  • Vestiti
  • Liquidi biologici come saliva, urina e lacrime
  • Punture di animali o insetti

L’HIV attacca e distrugge selettivamente le cellule del sistema immunitario dell’ospite, in particolare i globuli bianchi (linfociti) coinvolti nella sua regolazione, denominati “linfociti T4” o “linfociti T-helper”. Il virus riesce a penetrare in queste cellule grazie alla fusione della sua capsula esterna (envelope) con la membrana di rivestimento delle cellule T-helper. Una volta penetrato il core del virus si integra nel genoma della cellula infettata. Quest’ultima può morire subito, oppure il virus si moltiplica rapidamente nel suo interno sino a raggiungere un numero tale da farla “scoppiare”. I nuovi virus così liberati infettano nuove cellule, favorendo la rapida diffusione dell’infezione.

Fattori /  Persone particolarmente a rischio Vengono maggiormente colpiti dalla malattia i gruppi ad alto rischio di contrarre il contagio come:

  • Tossicodipendenti che si iniettano droghe per e.v. Il rischio di queste pratiche è legato allo scambio di siringhe nel corso del quale si realizza una vera e propria microinoculazione di sangue che comporta una probabilità di contagio molto elevata. Attualmente, rappresenta la via più frequente di contagio nei paesi occidentali.
  • Partner di soggetti sieropositivi
  • Eterosessuali con molteplici partner sessuali
  • Omosessuali maschi (il rapporto anale favorisce il contatto con il sangue o lo sperma infetti)
  • Prostitute e uomini che hanno spesso rapporti con prostitute
  • Persone sottoposte a politrasfusioni (per esempio soggetti che soffrono di emofilia o talassemia). Il pericolo di questa modalità di trasmissione è stato però quasi azzerato nei paesi, come l’Italia, nei quali il sangue è controllato mediante test sierologici. Allo stesso modo si è potuto intervenire efficacemente trattando i derivati del sangue con procedimenti in grado di inattivare il virus.
  • Neonati da madre sieropositiva o malata di AIDS
  • Dentisti, chirurghi, infettivologi, personale sanitario e di laboratorio.

La contagiosità della malattia dura per tutta la vita e risulta massima nei primi mesi dopo l’infezione e all’inizio dell’AIDS conclamata.

I segni di allarme L’infezione da HIV può manifestarsi in modo eterogeneo, molto diverso da soggetto a soggetto. In genere si distinguono 3 stadi principali: l’infezione primaria acuta, la fase asintomatica e la fase sintomatica (AIDS conclamata).

Infezione primaria acuta

L’infezione primaria può decorrere a volte in forma del tutto asintomatica. Tuttavia, in oltre la metà dei casi contagiati da HIV, dopo 3-6 settimane dal contagio, compare un’infezione acuta, caratterizzata da sintomi tipicamente virali: febbre, faringite, ingrossamento dei linfonodi, eruzioni cutanee, mal di testa, male alle ossa (artralgie).
La durata è variabile, da 3 giorni a 3 settimane.

Fase asintomatica (stadio di latenza)

Questo è lo stadio precoce della malattia vera e propria. Il soggetto colpito risulta HIV-positivo asintomatico. Inizia, generalmente dopo 6-12 settimane dal contagio ed è caratterizzata dalla semplice sieropositività, senza alcun sintomo di rilievo. Durante questa fase della malattia, che può durare anche anni, l’organismo infettato reagisce producendo anticorpi specifici (anticorpi anti-HIV) verso questo virus, anticorpi che possono essere rilevati nel sangue e nel liquido seminale tramite specifiche prove di laboratorio. Se gli anticorpi sono presenti, il soggetto è sieropositivo, viceversa in loro assenza il soggetto e sieronegativo.

In questo stadio si è sia infetti che infettanti (nei soggetti sieropositivi il virus è presente nel sangue). Ciò rende questa fase particolarmente pericolosa, soprattutto per il soggetto che non sa di essere infettato e può quindi diffondere involontariamente l’infezione ad altre persone. Una madre infetta, per esempio può trasmettere il virus al suo bambino durante la gravidanza, il parto o l’allattamento.

L’infezione da HIV conduce progressivamente a condizioni di grave deficit del sistema immunitario. Circa il 50% delle persone infettate sviluppa AIDS conclamata entro 10 anni dall’infezione, un altro 30% presenta sintomi più lievi riconducibili all’immunodeficienza e solo il 20% rimane asintomatico 10 anni dopo l’infezione.

Quando la concentrazione dei linfociti nel sangue scende sotto i 500 linfociti per mm 3 fino ai 200 linfociti per mm 3 iniziano a comparire le cosiddette infezioni opportunistiche, causate inizialmente da batteri, in particolare la polmonite batterica acuta ricorrente.

In molti pazienti si manifesta anche un ingrossamento bilaterale dei linfonodi (linfoadenopatia generalizzata e persistente) che perdura generalmente per più di 3 mesi senza cause apparenti, ma che può persistere anche per anni.

Durante la fase asintomatica dell’infezione da HIV possono essere frequenti:

  • Herpes labiale e genitale
  • Faringite
  • Vaginite da Candida
  • Varicella Zoster
  • etc.

Fase sintomatica (AIDS conclamata)

È la fase più avanzata, di infezione conclamata (AIDS vera e propria), caratterizzata dall’alto rischio di sviluppare infezioni opportunistiche multiple.
Sono presenti in modo persistente diversi sintomi clinici, come:

  • Febbre
  • Diarrea
  • Perdita progressiva di peso corporeo
  • Astenia
  • Anoressia
  • Sudorazioni notturne
  • Gonfiore dei linfonodi (linfoadenopatia)
  • Alterazioni del sistema nervoso (perdita della memoria, demenza, mielopatia etc)
  • Herpes labiale o genitale recidivante e persistente
  • Infezione orale da Candida
  • Dermatite seborroica

Nell’ultimo stadio, quando il livello dei linfociti nel sangue scende a livelli molto bassi, il rischio di mortalità aumenta notevolmente nell’arco dei successivi 24-36 mesi. Tale stadio si manifesta nell’adulto in media dopo 10-12 anni di incubazione ed è caratterizzato dalla presenza di segni maggiori e minori come:

  • Vistosa perdita di peso corporeo
  • Diarrea cronica
  • Febbre prolungata
  • Tumori
  • Infezioni opportunistiche da parte di batteri, virus, protozoi e funghi, a carico di polmoni, cervello, retina, intestino, esofago, etc
  • Tosse persistente
  • Linfoadenopatia
  • Dermatite generalizzata.
La diagnosi La diagnosi di sindrome da HIV viene effettuata mediante:

  • Accurata anamnesi
  • Visita medica con attento esame della cute, della cavità orale, del fondo dell’occhio
  • Esame neurologico
  • Valutazione dei sintomi presentati
  • Esami di laboratorio specifici
La prevenzione La prevenzione dei soggetti a rischio di contagio, non essendo ancora disponibile un vaccino per l’AIDS che consenta il controllo della malattia, come avvenuto per altre malattie virali, si fonda su:

  • l’utilizzo di test di screening per i donatori di sangue e per l’individuazione delle persone infette

Si basa, inoltre, sull’informazione ed educazione sulle modalità di trasmissione, sull’utilizzo di siringhe sterili e monouso, sull’isolamento ospedaliero, sulla disinfezione continua.

Il modo più sicuro per evitare il contagio è l’astinenza dai rapporti sessuali o la scelta di un solo partner, non infetto.

Il profilattico, se usato regolarmente e in modo corretto, può ridurre notevolmente il rischio di trasmissione del HIV diffuso nello sperma o nelle secrezioni vaginali. Non offre alcuna protezione per i virus eventualmente presenti nel sangue di microlesioni o piccole ferite.

In caso di dubbio è sempre raccomandabile rivolgersi al medico o al ginecologo.

Dopo una diagnosi di infezione da HIV, è importante avvisare tutti i partner sessuali recenti in modo che possano anch’essi rivolgersi tempestivamente al medico per un controllo. E’ importante anche avvisare sanitari e familiari del proprio stato di sieropositività, oltre a sottoporsi a periodici controlli.

Nella vita quotidiana, è importante non usare in comune con soggetti sieropositivi, oggetti che taglino o pungano (aghi, rasoi, forbici etc). Le donne sieropositive dovrebbero evitare la gravidanza.

Il trattamento Il trattamento delle varie fasi dell’infezione da HIV e delle patologie associate deve essere precoce e prevede:

  • la terapia antivirale, in grado di bloccare i vari siti ove l’HIV può potenzialmente attaccarsi, al fine di limitarne il più possibile la moltiplicazione
  • la chemioprofilassi e la terapia delle infezioni opportunistiche
  • la terapia dei tumori correlati all’infezione da HIV.
  • L’attuale strategia terapeutica antivirale è la terapia combinata (polichemioterapia) che utilizza un’associazione di diversi farmaci per attaccare il virus su diversi fronti.
  • Le ricerche per mettere a punto un vaccino anti-HIV, attualmente in corso, sono rese difficili dalla notevole variabilità del virus HIV.
La prognosi La malattia conclamata si manifesta dopo diversi anni dal contagio e in alcuni casi può anche non comparire mai.

Gran parte dei malati sopravvive 10-12 anni dopo essere stata infettata dall’HIV ed è per molto tempo asintomatica. Tale periodo può essere ulteriormente allungato mediante profilassi delle infezioni opportunistiche e grazie ai farmaci antivirali attualmente disponibili.

Servizi / Assistenza Numero Verde 800.86.10.61 (Istituto Superiore di Sanità)
Telefonate gratuite da qualsiasi parte d’Italia.Numero Verde 800.85.60.80 (Lu-Ve 15-19)
Telefonate da tutti i telefoni fissi dell’Emilia Romagna e dai cellulari.
Per saperne di più ALA (Associazione Nazionale Italiana Lotta Aids)
www.alainrete.orgANLAIDS (Associazione Nazionale per la Lotta contro l’AIDS)
www.anlaids.itASA (Associazione Solidarietà AIDS)
www.asamilano.orgFondazione Aids – Aiuto, Aids – Aid
della II Divisione Malattie Infettive Azienda Ospedaliera “L. Sacco”, Milano
www.aids.it

helpAIDS
www.helpaids.it

LILA – Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids
www.lila.it

Ministero della Salute
www.ministerosalute.it

NPS Italia (Network italiano di Persone Sieropositive)
www.npsitalia.net

Unaids-Oms: il rapporto mondiale 2005
www.epicentro.iss.it

Candida

Altre denominazioni Candidiasi, Moniliasi (in passato).
Il tipo di infezione

Infezione micotica (da funghi)

È causata da miceti del genere Candida, soprattutto Candida albicans. Quest’ultimo è uno dei componenti della normale flora microbica di varie mucose dell’organismo umano, come quelle della vagina, della bocca, del sistema digerente in cui è presente in piccole quantità. In condizioni particolarmente sfavorevoli dell’ospite, ma ottimali per il proprio sviluppo (stati debilitanti, prolungata somministrazione di antibiotici e farmaci a base di cortisone, AIDS etc), la Candida può determinare infezioni anche gravi.

È una delle più frequenti MST soprattutto tra gli adolescenti.

Il contagio Qualsiasi persona sessualmente attiva può essere contagiata. Maggiore è il numero di partner sessuali, maggiore è il rischio di contagio.

Il contagio dell’uomo avviene esclusivamente per via sessuale.

Oltre che per via sessuale, il contagio della donna è possibile anche tramite contatto con biancheria infetta, sabbia della spiaggia o per autocontaminazione (le feci contengono la Candida). Particolare attenzione va, quindi posta all’igiene intima personale.

I fattori di rischio Diversi fattori possono disturbare il normale ambiente vaginale e possono favore un’infezione da Candida. Essi includono:

  • Recenti terapie antibiotiche
  • Modificazioni ormonali associate a gravidanza, allattamento e menopausa
  • Uso eccessivo di prodotti per l’igiene femminile, come irrigazioni o spray, o di proteggi slip
  • Spermicidi
  • Deficit del sistema immunitario a causa di particolari terapie farmacologiche o malattie (per es AIDS)
  • Diabete mal controllato
  • Presenza di un’altra malattia sessualmente trasmessa.
I segni di allarme

Donna

La sintomatologia è generalmente molto lieve e discreta

I sintomi più frequenti:

  • Inusuali dense perdite biancastre (simili al latte cagliato)
  • Irritazione, prurito e bruciore alla zona vulvo-vaginale
  • Dolore e bruciore durante i rapporti sessuali

Uomo

Nella maggior parte dei casi l’infezione maschile è asintomatica I sintomi più frequenti:

  • Prurito a livello del glande
La diagnosi La diagnosi di Candidiasi può essere confermata mediante osservazione al microscopio di un campione di fluido vaginale.
La prevenzione Mantenere una buona igiene vaginale, evitando l’uso di irrigazioni o di spray.

Utilizzare sempre il preservativo durante i rapporti sessuali.

Pulire con cura i contraccettivi riutilizzabili (diaframma, cappuccio cervicale).

Indossare sempre biancheria di puro cotone.

Scambiarsi biancheria intima, da bagno o da letto e altri strumenti igienici personali.

Il trattamento Sono disponibili terapie efficaci che implicano trattamenti in dose singola o multipla per 3-7 giorni.

L’infezione da Candida viene abitualmente trattata con sostanze antifungine disponibili in varie formulazioni. Se si usano creme vaginali antifungine, è bene ricordarsi che queste preparazioni sono oleose e possono ridurre l’efficacia dei profilattici di lattice e del diaframma. In alternativa possono essere utilizzati profilattici in poliuretano che sono più resistenti alle sostanze oleose.

Non sempre è necessario il trattamento anche del/dei partner maschile.

La prognosi Guarigione dopo un periodo di tempo anche molto lungo, in quanto la Candida tende a recidivare facilmente.

La Candidiasi è in genere facile da curare, ma tende a recidivare con grande frequenza, soprattutto quando:

  • La terapia non viene assunta come prescritto
  • L’infezione è causata da un ceppo particolarmente resistente di Candida
  • La donna è affetta da diabete o da deficit del sistema immunitario
Le complicazioni che possono insorgere se la malattia non viene curata Generalmente non vi sono complicazioni. Se la candidiasi è grave, alcune donne manifestano un grave disagio.

Citomegalovirus

Il tipo di infezione

Infezione virale

L’infezione è causata dal Citomegalovirus (CMV) che fa parte della famiglia dei virus erpetici (Herpes virus umano 5). Questi virus hanno la capacità peculiare di rimanere quiescenti per lunghi periodi (anche per tutta la vita) nell’organismo che li ospita.

La sua denominazione deriva dal fatto che il virus provoca un notevole aumento delle dimensioni (dal greco mègalo) delle cellule che infetta (cellule giganti).

Il CMV può diffondersi in tutti i fluidi dell’uomo e della donna e quindi può ritrovarsi nelle urine, della saliva, nelle lacrime, nel seme maschile, nelle secrezioni vaginali e nel latte materno. La diffusione del virus può essere intermittente, senza alcun segno o sintomo.

L’infezione da CMV si acquisisce, in genere, nella prima infanzia e risulta ampiamente diffusa nella popolazione, soprattutto – ma non esclusivamente – nelle aree a basse condizioni socioeconomiche e nei paesi in via di sviluppo.

Per molte persone sane che acquisiscono la malattia dopo la nascita, non ci sono grosse conseguenze a lungo termine. È stato calcolato che il 50-80% delle persone entro i 40 anni presenta anticorpi per il CMV, pur non avendo mai manifestato sintomi di alcun tipo. Il virus, infatti, rimane quiescente, all’interno delle cellule dell’ospite, senza creare danni rilevabili. Alcune persone possono, comunque manifestare, sintomi come febbre prolungata, lieve epatite, debolezza e altre manifestazioni. Nei soggetti sani, con difese immunitario efficienti, le recidive sono rare. Quindi, per la maggior parte delle persone, l’infezione da CMV non rappresenta un problema d salute importante.

L’infezione rappresenta un problema serio, da trattare e tenere sotto controllo, nei soggetti che presentano immaturità o gravi deficit delle difese immunitarie, per malattia o assunzione di farmaci.

Il contagio La trasmissione del CMV avviene da persona a persona. Il contagio implica un rapporto intimo e stretto con una persona infetta che presenti il virus nello sperma, nella saliva o in altri fluidi.

Adolescenti e adulti possono trasmettersi il CMV soprattutto attraverso i baci e i rapporti sessuali, ma anche attraverso trasfusioni di sangue o maneggiando fluidi infetti.

Particolarmente a rischio è l’infezione della donna in gravidanza che può facilmente contagiare il feto, attraverso la placenta.

Il neonato può infettarsi durante il parto, dopo il contatto con i fluidi organici materni e durante l’allattamento.

Il bambino piccolo può acquisire l’infezione toccando urina o saliva di altri bambini, o giochi contaminati.

I soggetti trapiantati possono contagiarsi attraverso gli organi donati, le trasfusioni di sangue, o osservare una riattivazione del virus dovuta alla fase di immunosoppressione che segue il trapianto.

Le persone immunodepresse sono più esposte al contagio.

I fattori di rischio I maggiori fattori di rischio sono:

Infezione durante la gravidanza. È pericolosa in quanto c’è un’alta probabilità di contagiare il feto, con gravi complicazioni per il neonato (CMV congenito).

Infezione dei soggetti immunodepressi, per esempio:

  • Soggetti sottoposti a trapianto
  • Malati di AIDS
  • Dializzati
  • Malati affetti da tumori
  • Pazienti in terapia con farmaci immunosoppressori

Rapporti sessuali non protetti e multipartner, con individui infetti.

Le persone che lavorano o sono a contatto quotidiano con i bambini piccoli sono più a rischio di contagio.

I segni di allarme

Individui sani

Nei soggetti sani l’infezione è generalmente asintomatica e decorre in modo silente. Il virus rimane quiescente nelle cellule dell’ospite anche per tutta la vita, con eliminazione periodica del virus nei fluidi del corpo.

Individui immunocompromessi

Nei soggetti con difese immunitarie compromesse, l’infezione da CMV può causare gravi manifestazioni, come polmonite, retinite (che può degenerare in cecità) e malattie gastrointestinali, accompagnati da gonfiore ghiandolare, diarrea, febbre, dolore, intorpidimento alle gambe, spossatezza generalizzata. Ma, il problema principale è rappresentato dalla riattivazione del virus quiescente che può essere letale per il soggetto.

L’infezione contratta durante il parto, in genere, non porta a complicazioni o gravi conseguenze nel neonato e nel suo sviluppo futuro.

La diagnosi Nella maggior parte dei soggetti sani, l’infezione da CMV non viene diagnosticata perché – come già detto – il virus vive in stato quiescente e tende a riattivarsi in modo intermittente senza, comunque, provocare sintomi. Tuttavia, le persone che vengono a contatto con il CMV sviluppano anticorpi contro il virus che persistono per tutta la vita e possono essere evidenziati attraverso test immunologici specifici da effettuarsi su un campione di sangue.

La diagnosi può essere fatta anche per isolamento del virus da un campione di saliva, urine, tampone faringeo, etc per valutare se l’infezione è nello stato quiescente o attiva.

La prevenzione

Rapporti sessuali

Il modo più sicuro per evitare il contagio è l’astinenza dai rapporti sessuali o la scelta di un solo partner, non infetto.

Il profilattico, se usato regolarmente e in modo corretto, può ridurre notevolmente il rischio di trasmissione del CMV diffuso nello sperma. Non offre alcuna protezione per i virus eventualmente presenti nella saliva o in altri fluidi.

In caso di dubbio è sempre raccomandabile rivolgersi al medico o al ginecologo.

Dopo una diagnosi di infezione da CMV, è importante avvisare tutti i partner sessuali recenti in modo che possano anche rivolgersi al medico per un controllo.

Curare l’igiene intima e personale. Lavarsi spesso e accuratamente le mani.

Gravidanza / Allattamento

Le donne che durante la gravidanza manifestano una sintomatologia simile a quella della mononucleosi (febbre prolungata, linfoghiandole del collo ingrossate, spossatezza, epatite, etc) dovrebbero essere sottoposte ad esame di laboratorio per escludere una infezione da CMV e informate sui potenziali rischi per il feto.

I test di laboratorio per la ricerca di anticorpi anti-CMV possono essere eseguiti anche durante la gravidanza per determinare se la futura mamma è già venuta in contatto con il CMV in passato.

In caso di qualsiasi dubbio è sempre bene rivolgersi al proprio ginecologo.

Per tutto il periodo della gravidanza e dell’allattamento è molto importante curare l’igiene personale, lavare con cura le mani con acqua e sapone, soprattutto dopo avere toccato pannolini, secrezioni orali, urina etc.

Il trattamento Attualmente non esiste alcun trattamento per l’infezione da CMV nei soggetti sani.

I soggetti immunodepressi (persone sottoposte a trapianto, dializzati, individui affetti da AIDS, malati di tumore, etc) che presentano patologie gravi, spesso a rischio di vita, vengono trattati con terapie specifiche, a base di farmaci antivirali.

La ricerca di un vaccino è ancora in fase di sviluppo.

Le complicazioni Nei soggetti immunocompromessi, l’infezione da CMV rappresenta una delle principali cause di malattie gravi (retinite, polmonite, etc) e di mortalità.

Nei bambini contagiati dal CMV durante la gravidanza o il parto, il virus può provocare gravi lesioni a:

  • sistema nervoso centrale (ritardo mentale, microcefalia, disturbi del coordinamento motorio)
  • occhi (grave retinite che se colpisce entrambi gli occhi può portare a cecità)
  • orecchi (perdita dell’udito)
  • fegato
  • reni
  • pancreas
  • polmoni

Questi rischi sembrano essere associati esclusivamente a donne che sono state infettate per la prima volta durante la gravidanza. E anche in questo caso, i due terzi dei bambini non vengono contagiati, e soltanto il 10-15% del rimanente terzo presenterà   sintomi alla nascita. Il rischio si abbatte notevolmente se l’infezione materna è avvenuta prima di 6 mesi dall’inizio del concepimento. Per queste donne, che rappresentano il 50-80% delle donne in età fertile, il rischio di infezione neonatale è soltanto dell’1%. Questi neonati non sembrano, inoltre, manifestare anomalie o evidenti disturbi.

Clamidia

Il tipo di infezione

Infezione batterica

Sono causate da batteri del genere Clamidia, della specie Clamidia trachomatis.

È una delle più frequenti MST soprattutto tra gli adolescenti.

I portatori sani sono molto numerosi.

Il contagio Qualsiasi persona sessualmente attiva può essere contagiata. Maggiore è il numero di partner sessuali, maggiore è il rischio di contagio.

Le adolescenti sono particolarmente a rischio di contagio anche per l’immaturità del tessuto della cervice che è più fragile e delicato rispetto a quello della donna adulta.

La clamidia può essere trasmessa durante contatti/rapporti sessuali per via vaginale, orale o anale con uno o più partner infetti.

Durante la gravidanza, una mamma può contagiare il neonato durante il parto naturale.

I fattori di rischio Rapporti sessuali non protetti.

Rapporti sessuali con più partner.

Rapporti sessuali con un partner che ha rapporti sessuali multipli con partner diversi.

I segni di allarme

Donna

Il batterio infetta prima la cervice e l’uretra, successivamente può diffondersi alle tube di Falloppio o al retto.

Molto spesso può decorrere asintomatica, in modo subdolo e ugualmente pericoloso

Sintomi più frequenti (entro 1-3 settimane dal rapporto a rischio)

  • Rapporto per via vaginale
    • Perdite biancastre o giallastre piuttosto abbondanti e anomale.
    • Sensazione di bruciore nell’urinare.
    • Infezioni urinarie discrete.
    • Dolore al basso addome.
    • Lieve dolore alla schiena.
    • Dolore durante i rapporti sessuali.
    • Perdite di sangue tra una mestruazione e l’altra.
    • Nausea, febbre.
  • Rapporto per via anale
    • Dolore, perdite o sanguinamenti dal retto.
  • Rapporto per via orale
    • Dolore e bruciore alla gola.

Uomo

Spesso può decorrere asintomatica, in modo subdolo e ugualmente pericoloso.

Sintomi più frequenti (entro 1-3 settimane dal rapporto a rischio)

  • Prurito a livello dell’uretra.
  • Leggero bruciore nell’urinare.
  • Perdite chiare e molto discrete sulla punta del glande.
La diagnosi Viene fatta attraverso test di laboratorio, alcuni sull’urine, altri su campioni raccolti direttamente dal sito dell’infezione, per esempio la cervice o il pene.
La prevenzione Il modo più sicuro per evitare il contagio di una MST, incluso l’HIV, è l’astinenza dai rapporti sessuali per via vaginale, orale o anale, o mantenersi per un lungo periodo di tempo strettamente e reciprocamente monogamici, cioè avere rapporti con un solo partner, chiaramente non infetto.

Il profilattico, se usato regolarmente e in modo corretto, può ridurre notevolmente il rischio di trasmissione della clamidia, ma non protegge al 100%.

In caso di dubbio dopo un rapporto occasionale, o di insorgenza di uno dei sintomi elencati sopra, è utile evitare contatti e rapporti sessuali e rivolgersi tempestivamente al ginecologo o al proprio medico curante per una diagnosi certa.

Dopo una diagnosi di clamidia, è doveroso avvisare tutti i partner sessuali recenti in modo che possano anche loro rivolgersi al proprio medico e seguire una cura. Questo comportamento oltre a essere sinonimo di maturità consente di ridurre il rischio di diffusione della malattia o di sviluppo di gravi complicazioni.

Valgono tutte le norme di igiene comportamentale di base esposte nella parte generale relativa alle MST.

Il trattamento La Clamidia può essere facilmente trattata e curata con antibiotici. Durante il trattamento è raccomandabile l’astensione dai rapporti sessuali per evitare il rischio di reinfezione che, a sua volta, aumenta il rischio di serie complicanze all’apparato riproduttivo.

Dopo 3-4 mesi dalla fine del trattamento è consigliabile un controllo, soprattutto per le adolescenti e soprattutto se la donna non è certa che il partner abbia seguito la cura.

La prognosi Con gli antibiotici si guarisce nella maggior parte dei casi, a patto che si curino entrambi i partner (se sono più di uno, tutti i partner coinvolti).
Le complicazioni che possono insorgere se la malattia non viene curata.

Anche le complicazioni, come i sintomi possono decorrere in modo subdolo e silente.

Donna

  • Infezioni delle Tube di Falloppio, molto frequenti nelle giovani e particolarmente pericolose, in quanto sono quasi sempre molto discrete con pochi sintomi o senza sintomi.
  • Malattia Infiammatoria Pelvica (PID da Pelvic inflammatory disease), una grave malattia che può causare danni permanenti e che rappresenta una delle maggiori cause di sterilità femminile.
  • Congiuntivite.
  • Le donne con infezione da Clamidia sono cinque volte più a rischio di contagio di HIV, esposte al virus.

Gravidanza

  • Gravidanza ectopica (impianto dell’ovulo al di fuori dell’utero).
  • Parto prematuro.

Neonato

  • Infezioni della congiuntiva.
  • Polmonite.

Uomo

  • Le complicazioni nell’uomo sono più rare. L’infezione dall’uretra, spesso si diffonde all’epididimo causando dolore, febbre e, raramente, sterilità.
  • Raramente, si osserva artrite, che può essere accompagnata da lesioni cutanee e infiammazione dell’occhio e della congiuntiva (Sindrome di Reiter).

Condilomi

Altre denominazioni Verruca genitale, creste di gallo, Papilloma virus, genital warts.
Il tipo di infezione

Infezioni virali

I condilomi genitali sono causati da alcuni papilloma virus umani (HPV, dall’inglese Human Papilloma Virus) che provocano piccole escrescenze dalla superficie tipicamente dentellata (da qui il nome popolare di “creste di gallo”.

Gli HPV sono un gruppo di circa 100 differenti tipi di papillomavirus, alcuni causano infezioni della cute (le comuni verruche); più di 30 di questo tipo causano infezioni delle mucose genitali. Queste ultime (condilomi acuminati o piani a seconda della morfologia) si localizzano generalmente a livello del pene e dei genitali femminili, dell’uretra e dell’area perianale e del retto. In entrambi i sessi, le papille si localizzano spesso in aree soggette a traumi durante l’attività sessuale.

Quando compaiono, le lesioni iniziano come piccole papille, di colore rosato o rosso, singole o multiple, spesso con la superficie increspata (a cavolfiore o cresta di gallo) che tendono ad accrescersi in modo filiforme o di volume (in base alla localizzazione) e a diventare croniche.

Il contagio Qualsiasi persona sessualmente attiva può infettarsi con i papillomavirus.

I condilomi vengono trasmessi per contatto diretto durante i rapporti sessuali o indiretto con superfici, indumenti e biancheria contaminata.

Il periodo di incubazione del condiloma è variabile (in media 1-6 mesi, ma anche di più).

La trasmissione mamma-neonato durante il parto è un fenomeno molto raro.

I fattori di rischio Rapporti sessuali non protetti.

Rapporti sessuali con più di un partner.

Rapporti sessuali con un partner che ha rapporti sessuali multipli con partner diversi.

Persone immunodepresse sono più esposte al rischio di infezione da papillomavirus.

I segni di allarme

Donna

Le lesioni possono essere così piccole da essere insignificanti e passare persino inosservate. Nella metà delle donne l’infezione può decorrere senza sintomi e quindi essere trasmessa in modo inconsapevole o può favorire lo sviluppo di complicazioni.

Sintomi più frequenti

  • Piccole escrescenze di colorito roseo o rosso, in genere indolori, localizzate sulla vulva (soprattutto sulle piccole e grandi labbra), all’ingresso della vagina, sul collo dell’utero (cervice), nella zona intorno all’ano.
  • Eventuali infezioni secondarie da parte di batteri (infezioni opportuniste) possono causare cattivo odore, irritazione e malessere.

Uomo

Anche nell’uomo, l’infezione può decorrere in modo asintomatico.

Sintomi più frequenti

  • Piccole escrescenze localizzate sul glande, sulle pieghe del prepuzio, nell’ uretra, o intorno all’ano.
  • Quando le lesioni si localizzano nell’uretra può esserci una perdita dall’aspetto mucoso.
La diagnosi La diagnosi si basa principalmente su:

  • Un’accurata visita medica.
  • Pap-test per le donne.
  • Test specifici di laboratorio.

Per l’uomo, la diagnosi è più difficile, perché non esiste un test specifico.

La prevenzione Il modo più sicuro per evitare il contagio di una MST, inclusi i condilomi, è:

  • l’astinenza dai rapporti sessuali per via vaginale, orale o anale, soprattutto durante le recidive dell’infezione, oppure
  • il mantenersi per un lungo periodo di tempo strettamente e reciprocamente monogamici, cioè avere rapporti con un solo partner, chiaramente non infetto.
  • Il profilattico, se usato regolarmente e in modo corretto, può ridurre notevolmente il rischio di trasmissione di condilomi, solo se le lesioni cutanee sono in un’area genitale coperta dal condom. Non offre alcuna protezione per le ulcere localizzate in aree non coperte dal profilattico.
  • In caso di dubbio dopo un rapporto occasionale, o di insorgenza di uno dei segni o sintomi elencati sopra, è utile evitare contatti e rapporti sessuali e rivolgersi tempestivamente al ginecologo o al proprio medico curante per una diagnosi certa.
  • Dopo una diagnosi di condiloma genitale, è doveroso avvisare tutti i partner sessuali recenti in modo che possano anche loro rivolgersi al proprio medico e seguire una cura. Questo comportamento oltre a essere sinonimo di maturità consente di ridurre il rischio di diffusione della malattia o di sviluppo di gravi complicazioni.
  • È importante evitare contatti o rapporti sessuali durante il trattamento per ridurre il rischio di una reinfezione.
  • Valgono tutte le norme di igiene comportamentale di base esposte nella parte generale relativa alle MST.
Il trattamento
  • Non esiste una cura definitiva. La terapia è personalizzata e indicata dal medico sulla base delle singole necessità: sono disponibili farmaci che vengono applicati localmente o, nelle forme più resistenti, l’interferone.
  • Il trattamento non farmacologico è rappresentato dall’elettrocoagulazione, dalla diatermocoagulazione, dalla laserterapia, dalla crioterapia o dall’eradicazione chirurgica, in anestesia locale o generale.
La prognosi
  • La guarigione può non essere definitiva e si possono avere delle recidive.
  • I partner devono essere curati contemporaneamente.
Le complicazioni che possono insorgere se la malattia non viene curata.

Anche le complicazioni, come i sintomi possono decorrere in modo subdolo e silente, in particolare nella donna.

Donna

I condilomi non vanno trascurati. Alcuni studi hanno documentato una correlazione tra la presenza di condilomi e il rischio di insorgenza di cancro del collo dell’utero. Per questo motivo, è raccomandabile fare regolarmente il pap-test, che può evidenziare tempestivamente, eventuali modificazioni anomale della mucosa.

Epatite virale

Altre denominazioni Epatite virale A
Epatite virale B (Epatite da siringa, Epatite da siero)
Epatite virale C (Epatite virale non-A, non-B)
Epatite virale D (Epatite virale delta)
Il tipo di infezione L’epatite virale è un’infiammazione del fegato, che può diventare cronica, e questo rappresenta il vero pericolo dell’epatite. È causata da virus differenti che provocano forme diverse di malattia. Le epatiti virali più facilmente trasmissibili per via sessuale sono la B, più raramente la C, ma anche la A e la D.

Epatite virale A

È una forma acuta di epatite causata dal virus HAV (Hepatitis A Virus). Colpisce frequentemente i bambini e i soggetti in comunità (asili, scuole, caserme, ospedali etc).

Epatite virale B

L’epatite B è la forma più diffusa; è causata dal virus HBV (Hepatitis B Virus). Soprattutto se contratta in giovane età, tende a diventare cronica e provoca complicazioni serie, come cirrosi e carcinoma epatico. Viene facilmente trasmessa per via sessuale, oltre che attraverso sangue infetto. Spesso si associa ad altre malattie sessualmente trasmesse.

Epatite virale C

Il virus dell’epatite C (HCV, Hepatitis C Virus) provoca un’infiammazione cronica del fegato in circa la metà degli adulti infettati, nei quali determina spesso cirrosi epatica.

Epatite virale D

Il virus dell’epatite D (HDV, Hepatitis D Virus) può essere trasmesso sessualmente, ma per replicarsi necessita della collaborazione del virus dell’epatite B, di cui aggrava i sintomi.

Il contagio Il virus, penetrato in genere attraverso abrasioni o lesioni della cute e delle mucose, attraverso il sangue raggiunge l’intestino e da qui, il fegato, dove si riproduce in modo massiccio (fase attiva della malattia). Causa lesioni soprattutto al fegato, ma anche al duodeno, al digiuno, ai reni.

Epatite virale A

La sua diffusione dipende molto dalle condizioni igieniche dell’ambiente. L’HAV si ritrova nelle feci di persone infette. Si trasmette attraverso acqua, bevande o cibi contaminati (per es. verdure o frutti di mare mangiati crudi). Il contagio può avvenire anche durante i rapporti sessuali, per contatto oro-fecale, soprattutto tra uomini. La malattia ha un periodo di incubazione variabile da 15-50 giorni.

Epatite virale B

La principale via di contagio è il sangue infetto, quindi attraverso trasfusioni, uso di siringhe e altri strumenti medici infetti, interventi chirurgici, agopuntura, interventi odontoiatrici, pratiche di laboratorio, tatuaggi e piercing eseguiti in condizioni non igieniche, etc.

L’epatite virale B si trasmette anche attraverso rapporti sessuali orali, genitali e anali non protetti con persone portatrici del virus. Oltre che nel sangue, il virus, infatti, può essere presente nello sperma, nel sangue mestruale e nella saliva.

La malattia ha un lungo periodo di incubazione, di durata variabile: da 1 a 6 mesi.

L’HBV può essere anche trasmesso dalla madre al neonato, al momento del parto.

Il virus non si trasmette attraverso:

  • Starnuti o colpi di tosse
  • Baci o abbracci
  • Allattamento materno
  • Alimenti o bevande
  • Strette di mano
  • Contatti casuali (per esempio in ufficio)

Epatite virale C

L’epatite C può essere trasmessa attraverso i rapporti sessuali, anche se generalmente il contagio è più raro rispetto a quello dell’epatite B. Un recente studio francese, condotto su pazienti affetti da AIDS ha, tuttavia, documentato che in questo tipo di pazienti il virus si trasmette frequentemente anche con i rapporti sessuali non protetti.

Fino alla fine degli anni ’80, un’altra grande fonte di contagio erano le trasfusioni effettuate con sangue infetto. A quei tempi non era ancora stato isolato il virus dell’epatite C (che veniva, infatti, chiamata epatite non-A, non-B), ma oggi la situazione è mutata e in Italia, e più in generale nei paesi industrializzati, il rischio del contagio attraverso sangue infetto è notevolmente diminuito.

Non è stata ancora definitivamente accertata la possibilità di contagio madre-neonato nel momento del parto.

Epatite virale D

Il virus dell’epatite D può essere trasmesso attraverso i rapporti sessuali, ma dipende dal virus dell’epatite B per la sua moltiplicazione. Quindi la prevenzione con il vaccino dell’epatite B elimina anche il rischio del virus delta.

I fattori di rischio / Persone a rischio

Epatite virale A

  • Bevande/Alimenti contaminati
  • Rapporti sessuali non protetti con più di un partner o tra omosessuali
  • Contatti interpersonali e tra familiari infetti
  • Persone che viaggiano in paesi dove l’epatite virale è comune.
  • Uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini
  • Soggetti che sono in trattamento con terapia iniettive e non.
  • Persone con malattie croniche del fegato
  • Individui con difetti della coagulazione del sangue (per es. emofilia)

Epatite virale B

  • Tossicodipendenti
  • Politrasfusi
  • Rapporti sessuali non protetti con un partner stabile infetto
  • Rapporti sessuali non protetti con più di un partner o tra omosessuali
  • Soggetti con AIDS o altre malattie sessualmente trasmesse
  • Contatti familiari con persone infette
  • Persone che viaggiano frequentemente in paesi ad alto rischio di epatite B
  • Bambini nati da madri infette
  • Bambini di immigrati nati in aree con elevato rischio di epatite B
  • Personale medico e paramedico
  • Pazienti in emodialisi
  • Tatuaggi e piercing eseguiti in ambienti sporchi o da artisti che non seguono le norme igieniche di legge.

Epatite virale C

vedi Epatite virale B

Epatite virale D

  • Tossicodipendenti
  • Politrasfusi
  • Soggetti con epatite virale B. Il virus HDB può trasmettersi contemporaneamente al virus dell’epatite B (co-infezione) oppure contagiare il soggetto che ha già l’epatite B (superinfezione)
  • Rapporti sessuali non protetti con più di un partner o tra omosessuali
  • Pazienti emodializzati
I segni di allarme

Epatite acuta (forme A, B, C e D)

Di seguito vengono riportati alcuni dei principali sintomi che possono insorgere durante la prima fase (acuta) di un’epatite A, B e C. Occorre, tuttavia, tenere presente che molte delle epatiti virali acute decorrono in forma silente, senza sintomi.

Alcune circostanze correlabili all’insorgenza di un’epatite virale. I sintomi delle varie forme di epatite sono sostanzialmente gli stessi, ciò che varia – dall’epatite B alla A, per esempio – sono:

  • l’intensità delle manifestazioni (ittero più grave e persistente, transaminasi più elevate, etc)
  • decorso più prolungato, che tende a cronicizzare
  • comparsa di riacutizzazioni
  • sviluppo di gravi complicanze (cirrosi, tumore epatico).

Sintomi più frequenti
La sintomatologia più comune di un’epatite manifesta è spesso non specifica, ovvero non fa pensare immediatamente che si tratti di una malattia del fegato. Si riscontrano soprattutto:

  • Inappetenza
  • Malessere generale
  • Senso di nausea
  • Spossatezza
  • Mal di testa
  • Lievi dolori all’addome
  • Ittero
  • Talvolta la sintomatologia è simile a quella che si accusa quando si è influenzati, cioè febbre, nausea, dolori, mal di gola, raffreddore, tosse con brusca comparsa dei sintomi.
  • Le urine assumono spesso un colore più intenso rispetto al solito.

Epatite cronica (B, C e D)

L’epatite A può, talvolta, avere un decorso particolarmente lungo, ma non arriva mai a cronicizzare come le forme B e C.

L’epatite cronica può decorrere in modo silente, senza manifestarsi, oppure può mantenersi attiva, in quanto il virus continua a moltiplicarsi all’interno delle cellule del fegato, provocandone lentamente la degenerazione, che viene chiamata cirrosi. In un certo numero di casi la cirrosi può complicarsi in cancro al fegato (carcinoma epatico, vedi complicazioni).

L’epatite è contagiosa sia nella forma silente che nella forma attiva; in quest’ultimo caso il contagio è più facile perché il virus, moltiplicandosi attivamente, si trova a livelli più elevati nel sangue (viremia).

La diagnosi La diagnosi dei diversi tipi di epatite virale viene fatta attraverso:

  • Test immunologici su campioni di sangue, alla ricerca degli anticorpi antivirali specifici per ciascun tipo di epatite (marcatura sierologica dell’infezione).
  • Test immunologici per la ricerca degli antigeni specifici virali, ovvero di tutte le sostanze che, poste alla superficie di ciascun virus specifico dell’epatite, innescano nell’ospite infettato una reazione di difesa immunitaria.
  • Esame del sangue che includa le transaminasi AST e ALT. Questi enzimi sono gli indici di funzionalità epatica: essi si modificano in rapporto alla fase della malattia (acuta o cronica). Un’alterazione delle transaminasi rappresenta una spia del danno subito dalla cellula epatica a causa dell’infezione virale.
  • Biopsia epatica, da effettuarsi in tutte le forme che tendono a cronicizzare (diagnosi istologica). Questo esame consente di rilevare i differenti stadi della malattia: dalle prime fasi di infiammazione alla progressiva degenerazione del tessuto epatico delle epatiti croniche che evolvono in cirrosi e/o in tumore.
  • Caratteristiche differenziali fra epatite A, B e C.
La prevenzione e la profilassi
post-esposizione

Epatite virale A

Le misure preventive si avvalgono soprattutto di:

  • Protezione a breve termine con immunoglobuline umane, che possono essere somministrate per via intramuscolare prima o entro 2 settimane dopo il contatto con il virus dell’epatite A.
  • Vaccinazione dei lavoratori e dei viaggiatori a rischio, mediante vaccino con virus inattivato, somministrato per via intramuscolare.
  • Controllo della catena alimentare (acque potabili, alimenti a rischio, come verdure e frutti di mare).
  • Rispetto delle norme igieniche personali e ambientali. È importante a questo riguardo lavarsi sempre le mani con acqua e sapone, prima e dopo, essere andati in bagno, aver cucinato e mangiato, cambiato un pannolino al proprio bimbo, etc.
  • Astinenza da rapporti sessuali occasionali, con persone infette o multiparter e utilizzo regolare del profilattico che può ridurre notevolmente il rischio di contagio.

Epatite virale B

La migliore prevenzione è il vaccino, obbligatorio in Italia dal 1991 per tutti i nuovi nati e, ai 12 anni, per gli adolescenti non vaccinati. Il vaccino può essere somministrato anche in gravidanza e in allattamento. La vaccinazione conferisce un’immunità di media durata e viene sempre consigliata ai viaggiatori non immuni che si recano in Paesi a rischio di Epatite “B” e soprattutto a coloro che per motivi professionali sono più esposti al rischio di contagio (per es.: personale medico e sanitario). I Paesi a maggior rischio sono quelli del Sud-Est asiatico e dell’Africa sub-sahariana. Esistono diversi tipi di vaccino: il più recente è ottenuto con tecniche d’avanguardia di ingegneria genetica. Esso è molto efficace e conferisce una protezione di lunga durata nei confronti del virus. La vaccinazione anti-HBV garantisce l’immunità anche verso il virus dell’epatite D, che è incapace di replicazione autonoma. Il vaccino può essere somministrato anche ai neonati di madri infette, entro 12 ore dalla nascita.

La profilassi post-esposizione viene eseguita somministrando immunoglobuline anti-epatite B (HBIG).

Le norme preventive contro la diffusione dell’epatite B prevedono naturalmente la disinfezione di materiali, oggetti e ambienti contaminati con sangue e secrezioni infette. Non scambiate nessun oggetto di uso personale (spazzolino da denti, rasoio, aghi, farmaci, siringhe, cotone, etc).

Per ridurre la possibilità di trasmissione è raccomandabile l’astinenza da rapporti sessuali occasionali, con persone infette o multiparter.

In caso di rapporti sessuali, è indispensabile l’utilizzo regolare del profilattico, che può ridurre notevolmente il rischio di contagio. Per qualsiasi dubbio, dopo un rapporto occasionale, è utile evitare contatti e rapporti sessuali e rivolgersi tempestivamente al ginecologo o al proprio medico.

Dopo una diagnosi di epatite B è fondamentale avvisare tutti i partner sessuali recenti in modo che possano rivolgersi al proprio medico per un controllo e la somministrazione del vaccino. Anche i familiari conviventi devono essere avvisati e devono farsi controllare da un medico.

È importante evitare contatti o rapporti sessuali durante il trattamento, per ridurre il rischio di una reinfezione.

Se avete o avete avuto un’epatite B, non potete essere donatori di sangue o di organi.

Epatite virale C

Non esiste un vaccino specifico per prevenire l’epatite C; si consiglia – in ogni caso – di vaccinarsi contro l’epatite B. Per tutte le altre norme di prevenzione, vedere Epatite virale B.

Epatite virale D

Non esiste un vaccino specifico, ma viene raccomandato il vaccino anti-epatite B che immunizza anche dall’HDV.

In caso di coinfezione HBV-HDV viene in genere eseguita una profilassi pre- o post-esposizione con immunoglobuline o con il vaccino anti-epatite B.

In caso di superinfezione HBV-HDV valgono tutte le norme di igiene personale e comportamentale elencate per l’epatite B.

Il trattamento

Epatite virale A

Non esiste un trattamento specifico; il controllo dell’epatite A avviene soprattutto grazie a norme preventive e di profilassi post-esposizione. Attualmente esiste un vaccino, non obbligatorio.

Epatite virale B

Il controllo dell’epatite B si fonda prevalentemente sul trattamento specifico dei soggetti con epatite cronica e in fase di alta riproduzione del virus.

La terapia si basa sulla somministrazione di interferone, soprattutto alfa-inferferone e farmaci antivirali. La terapia va personalizzata caso per caso e non è priva di effetti collaterali. Inoltre, non è indicata in tutti i casi.

La terapia non può essere somministrata in corso di gravidanza.

Il consumo di alcolici peggiora l’epatite virale B.

Epatite virale C

Attualmente, l’epatite C viene trattata con interferone, ma la terapia deve essere valutata dal medico sulla base dei singoli casi, anche in considerazione degli effetti collaterali che la terapia può indurre, soprattutto nei soggetti anziani. D’altra parte la terapia è controindicata in diverse situazioni, per esempio: alcolismo, cirrosi epatica, insufficienza renale, malattie autoimmune e altre.

Il consumo di alcolici peggiora l’epatite virale C.

Epatite virale D

Alcuni pazienti con epatite cronica D possono essere trattati con interferone-alfa. Nei casi più gravi si può ricorrere al trapianto d’organo.

La prognosi

Epatite virale

Generalmente la malattia è benigna, con guarigione spontanea e completa, senza ricadute.

Epatite virale B

Non esiste una cura risolutiva.

Epatite virale C

Non esiste una cura risolutiva né un vaccino specifico.

Epatite virale D

Non esiste una cura risolutiva, né un vaccino specifico.

Non esiste una cura risolutiva, né un vaccino specifico.

Le complicazioni Il vero pericolo dell’epatite virale, in particolare delle forme B e C, è la tendenza a cronicizzare, determinando progressivamente due gravi complicazioni: la cirrosi epatica e il carcinoma epatico.

La cirrosi epatica

La presenza di cirrosi limita le funzioni del fegato che diventa meno efficiente nello smaltire le tossine (che si accumulano nel sangue) e nel produrre ormoni ed enzimi indispensabili al metabolismo. Quest’ultimo, inevitabilmente, si rallenta. La cirrosi epatica può essere provocata anche dall’etilismo (alcolismo), da deficit congeniti o dall’esposizione a sostanze tossiche.

Il carcinoma epatico

Il carcinoma epatico, una delle forme tumorali più aggressive, rappresenta la seconda grave complicanza dell’epatite virale cronica attiva, che compare nei casi che hanno manifestato cirrosi epatica.

Gardnerella vaginalis

La Gardnerella vaginalis è il principale batterio responsabile della cosiddetta “vaginosi batterica”. Il batterio deve il suo nome al ginecologo Gardner che, nel 1955, descrisse una forma di vaginite caratterizzata da perdite maleodoranti.

Gonorrea

Altre denominazioni Blenorragia, uretrite specifica

Il termine gonorrea indica la secrezione semi-purulenta che sgorga dall’uretra in caso di infezione

Il tipo di infezione

Infezione batterica

È causata da un batterio, il gonococco (Neisseria gonorrhoeae o bacillo di Neisser, dal nome del microbiologo Neisser che la isolò per primo nel 1894).

Il batterio ha una tipica forma a chicco di caffè e cresce bene nelle zone umide, per questo si annida nelle mucose.

La gonorrea rappresenta una delle più frequenti MST.

Il contagio Qualsiasi persona sessualmente attiva può infettarsi con il gonococco. Può essere frequente tra gli adolescenti e i giovani adulti.

La gonorrea può essere trasmessa durante contatti/rapporti sessuali per via vaginale, orale o anale con uno o più partner infetti. L’eiaculazione non è necessaria perché avvenga il contagio, esso può derivare anche dal semplice contatto con la cute infettata.

Anche i neonati possono essere infettati dalla madre portatrice di gonococco nel transito lungo il canale del parto, al momento della nascita.

Fattori di rischio Rapporti sessuali non protetti.

Rapporti sessuali con più partner.

Rapporti sessuali con un partner che ha rapporti sessuali multipli con partner diversi.

I segni di allarme

Donna

Nella maggior parte delle donne, la gonorrea decorre in modo asintomatico, perciò è l’uomo che ha il dovere di avvertire le sue partner che rischiano complicazioni senza saperlo.

Quando sono presenti, i sintomi sono comunque lievi e non specifici.

Nella donna, il gonococco tende a localizzarsi nell’uretra (più corta di quella maschile) e nel collo dell’utero (cervice).

Oltre che per via sessuale, il contagio può avvenire attraverso oggetti, indumenti, strumenti, servizi sanitari o gabinetti pubblici infetti.

Sintomi più frequenti:

  • Perdite vaginali anomale.
  • Bruciore, dolore o difficoltà nell’urinare.
  • Talvolta perdite ematiche tra una mestruazione e l’altra.

Uomo

Considerata la particolare lunghezza dell’uretra maschile, il gonococco si localizza inizialmente nella porzione anteriore dell’uretra e, successivamente, colpisce anche la parte posteriore.

In alcuni uomini il decorso può essere senza sintomi

Sintomi più frequenti (in media dopo 2-10, ma anche dopo 30 giorni dal rapporto non protetto).

  • Arrossamenti dell’uretra.
  • Bruciore, dolore o difficoltà nell’urinare.
  • Fuoriuscita di pus dall’estremità del pene.
  • Prurito anche molto intenso, talvolta accompagnato da dolore.
  • Dolore durante l’erezione e l’eiaculazione.
  • Talvolta gonfiore ai testicoli.
La diagnosi Numerosi test di laboratorio sono disponibili per la corretta diagnosi di gonorrea, attraverso l’esame delle urine o di campioni di tessuto o di secrezioni prelevati nell’area dell’infezione.

Le persone che soffrono di Gonorrea dovrebbero anche essere testati per l’eventuale presenza di Clamida che sono spesso associate.

La prevenzione Il modo più sicuro per evitare il contagio di una MST, incluso l’HIV, è l’astinenza dai rapporti sessuali per via vaginale, orale o anale, o mantenersi per un lungo periodo di tempo strettamente e reciprocamente monogamici, cioè avere rapporti con un solo partner, chiaramente non infetto.

Il profilattico, se usato regolarmente e in modo corretto, può ridurre notevolmente il rischio di trasmissione della gonorrea, ma non protegge al 100%.

In caso di dubbio dopo un rapporto occasionale, o di insorgenza di uno dei sintomi elencati sopra, è utile evitare contatti e rapporti sessuali e rivolgersi tempestivamente al ginecologo o al proprio medico curante per una diagnosi certa.

Dopo una diagnosi di gonorrea, è doveroso avvisare tutti i partner sessuali recenti in modo che possano anche loro rivolgersi al proprio medico e seguire una cura. Questo comportamento oltre a essere sinonimo di maturità consente di ridurre il rischio di diffusione della malattia o di sviluppo di gravi complicazioni.

È importante evitare contatti o rapporti sessuali durante il trattamento per ridurre il rischio di una reinfezione.

Valgono tutte le norme di igiene comportamentale di base esposte nella parte generale relativa alle MST.

Il trattamento La terapia si basa su trattamento antibiotico. Deve essere seguita da tutti i partner sessuali per evitare le reinfezioni.

Se i sintomi persistono dopo il trattamento, è importante parlarne con il proprio medico o con il ginecologo che prescriverà un’altra cura.

La prognosi La guarigione è in genere rapida se la cura è tempestiva e seguita da tutti i partner sessuali.
Le complicazioni che possono insorgere se la malattia non viene curata.

Anche le complicazioni, come i sintomi possono decorrere in modo subdolo e silente.

Donna

Le donne con gonorrea sono a rischio di sviluppare serie complicazioni, indipendentemente dalla presenza e dalla gravità dei sintomi che si manifestano.

La gonorrea femminile mostra una forte tendenza a cronicizzarsi. Il batterio può risalire lungo la cervice fino a raggiungere le tube di Falloppio, infettandole e provocando Malattia Infiammatoria Pelvica (PID da Pelvic Inflammatory Disease), una grave malattia che può causare danni permanenti e che rappresenta una delle maggiori cause di sterilità.

Altre complicazioni possono essere:

  • Restringimento (stenosi) dell’uretra fino al completo blocco dell’urina
  • Artrite (artrite gonococcica)
  • Congiuntivite
  • Le donne (ma anche gli uomini) affette da gonorrea sono a maggiore di rischio di contagio e di trasmissione dell’HIV, il virus che causa l’AIDS

Gravidanza

  • Gravidanza ectopica (impianto dell’ovulo al di fuori dell’utero)
  • Parto prematuro

Neonato

  • Infezione purulenta alla congiuntiva (oftalmia gonorroica neonatale) che compare 2-5 giorni dopo la nascita o prima, se c’è stata rottura prematura delle membrane.
  • Infezioni del sangue
  • Infezioni delle articolazioni

Uomo

Se non viene curata, l’infezione all’uretra sale e può determinare restringimento (stenosi) dell’uretra fino al blocco completo dell’urina, infezione della prostata (prostatite) e dell’epididimo (epididimite). Quest’ultima, se trascurata, può portare ad infertilità.

Attraverso il sangue, il gonococco può raggiungere l’occhio o le articolazioni provocando:

  • Artrite gonococcica
  • Congiuntivite

Herpes genitale

Il tipo di infezione

Infezione virale

È causata prevalentemente dall’Herpes simplex virus di tipo 2 (HSV-2; il tipo 1 o HSV-1 è responsabile dell’herpes delle labbra, ma può anche causare herpes genitale).

L’herpes genitale rappresenta una delle più comuni MST ed è, in genere più frequente nelle donne che non negli uomini. Si pensa che questo fenomeno sia dovuto al fatto che è più probabile una trasmissione dall’uomo alla donna che non viceversa.

L’herpes genitale provoca lesioni cutanee che sono caratterizzate da vescicole, in genere riunite “a grappolo”; le vescicole possono essere accompagnate da gonfiore ghiandolare (adenopatia), risultano dolorose e vanno incontro a rottura, lasciando erosioni (1-2 mm) che formano una crosta e guariscono spontaneamente in 2-4 settimane (più rapidamente durante le recidive), dando raramente origine a cicatrici. La guarigione può essere più lunga se le lesioni vengono infettate da batteri (infezioni opportuniste).

Le vescicole si localizzano prevalentemente nell’area vulvo-vaginale, sul pene, intorno all’ano, sulle natiche e le cosce. Occasionalmente le vescicole possono comparire anche su altre parti del corpo dove lesioni cutanee sono venute a contatto con l’HSV.

Infezione primaria e recidive

Dopo l’infezione iniziale (infezione primaria) l’herpes genitale si “nasconde” in alcune cellule nervose dell’organismo dove vive in modo quiescente per periodi più o meno lunghi (settimane o mesi, talvolta perfino anni). Periodicamente ritorna attivo e manifesta delle recidive, generalmente nella medesima regione del corpo colpita la prima volta, nonostante vi siano in circolo anticorpi specifici. Queste recidive, in genere più brevi e meno gravi della prima infezione, sono favorite da vari stimoli come: stress psico-fisici, traumi, febbre, esposizione solare, flusso mestruale, immunodepressione etc.

Le recidive tendono generalmente a ridursi nel corso degli anni.

Il contagio Qualsiasi persona sessualmente attiva può infettarsi con l’herpes genitalis. Il periodo di incubazione dopo il primo contagio è in genere breve (3-6 giorni).

Il contagio iniziale avviene prevalentemente attraverso i rapporti sessuali con persone infette, che magari non sanno di esserlo perché l’infezione decorre in modo asintomatico e senza alcuna lesione cutanea visibile. Le recidive non sono necessariamente correlate all’attività sessuale.

Le persone che soffrono di herpes labiale possono trasmettere l’infezione all’area genitale del parner durante rapporti sessuali per via genitale-orale.

L’herpes genitale è molto contagioso nelle fasi di recidiva, molto meno nei periodi di quiescenza.

Il contagio attraverso biancheria, sanitari od oggetti infetti è molto raro.

In caso di gravidanza, i rischi di contagio del neonato sono alti.

Fattori di rischio
  • Rapporti sessuali non protetti.
  • Rapporti sessuali con più partner.
  • Rapporti sessuali con un partner che ha rapporti sessuali multipli con partner diversi.
  • Le persone immunodepressi sono più esposte al rischio di acquisire un’infezione erpetica genitale.
I segni di allarme

Donna

L’infezione può decorrere in modo asintomatico, soprattutto per quanto riguarda le recidive. L’infezione primaria si manifesta, in genere, in modo più eclatante

Sintomi più frequenti

  • Dolori alla vulva e alla vagina
  • Sintomi simili all’influenza (gonfiore ghiandolare, febbre etc)
  • Bruciori nell’urinare
  • Sensazione di debolezza
  • A livello della vulva e della vagina, piccole vescicole piene di liquido trasparente

Uomo

Sintomi più frequenti

  • Piccole vescicole piene di liquido trasparente, isolate o riunite a grappolo sul prepuzio o sul glande.
  • A volte, infiammazione dolorosa del pene.
  • Raramente, infiammazione dell’uretra con piccole perdite sulla punta del glande.
La diagnosi La diagnosi si basa principalmente su:

  • Un’accurata visita medica
  • Test di laboratorio specifici su un campione di materiale prelevato da una vescicola.
  • La diagnosi risulta più difficile durante le fasi di latenza del virus. L’esame del sangue può essere utile, ma non sempre i risultati sono netti.
  • In genere il medico richiede un esame per escludere la presenza di sifilide, che può avere manifestazioni simili.
La prevenzione Il modo più sicuro per evitare il contagio di una MST, incluso l’herpes genitale, è:  

  • l’astinenza dai rapporti sessuali per via vaginale, orale o anale, soprattutto durante le recidive dell’infezione, oppure
  • il mantenersi per un lungo periodo di tempo strettamente e reciprocamente monogamici, cioè avere rapporti con un solo partner, chiaramente non infetto.

Il profilattico, se usato regolarmente e in modo corretto, può ridurre notevolmente il rischio di trasmissione dell’herpes genitale, solo se le lesioni cutanee sono in un’area genitale coperta dal condom. Non offre alcuna protezione per le ulcere localizzate in aree non coperte dal profilattico.

In caso di dubbio dopo un rapporto occasionale, o di insorgenza di uno dei segni o sintomi elencati sopra, è utile evitare contatti e rapporti sessuali e rivolgersi tempestivamente al ginecologo o al proprio medico curante per una diagnosi certa.

È importante evitare contatti o rapporti sessuali durante il trattamento per ridurre il rischio di una reinfezione.

Il trattamento La terapia d’elezione è a base di farmaci antivirali che agiscono selettivamente sulle cellule infette.

La terapia riduce la durata delle manifestazioni cliniche e allunga il tempo di intervallo tra le recidive.

Durante la fase attiva dell’infezione, la terapia aiuta anche a ridurre la trasmissione tra i partner sessuali.

La prognosi Allo stato attuale non esiste una cura risolutiva nel 100% dei casi. Tuttavia, la maggioranza delle persone guarisce spontaneamente, a meno che non avvenga un nuovo contagio. In questo caso è più difficile che si verifichi una guarigione spontanea.

Nei casi in cui non si verifichi la guarigione spontanea dopo il primo contagio, il virus continuerà a dare periodiche recidive che tendono, comunque, a ridursi nel corso del tempo.

Le complicazioni che possono insorgere se la malattia non viene curata.

Anche le complicazioni, come i sintomi possono decorrere in modo subdolo e silente.

Donna / Uomo

Le infezioni, spesso asintomatiche, dell’herpes genitale femminile durante la pubertà, sembrano essere uno dei fattori predisponenti al cancro della cervice uterina.

Indipendentemente dalla gravità dei sintomi, l’herpes genitale è spesso fonte di stress psicologico nelle donne che ne soffrono.

L’herpes genitale può giocare un ruolo nella diffusione dell’HIV, il virus dell’AIDS, in quanto rende le persone più sensibili all’infezione o può inasprire un’infezione già presente.

Gravidanza

In caso di contagio durante la gravidanza, i rischi di trasmissione al neonato sono elevati.

Se una donna ha un herpes in fase attiva in vicinanza del parto, in genere viene consigliato il parto cesareo.

Pediculosi pubica (piattole)

Altre denominazioni Piattole, pidocchi del pube.
Il tipo di infezione Infezione da insetti (artropodi), parassiti esterni

Il parassita (Pthirus pubis) è un piccolo insetto senza ali, dalla forma schiacciata (da qui il nome piattola) visibile con una lente di ingrandimento. L’insetto è dotato di zampette uncinate che si ancorano a peli.

I pidocchi del pube si nutrono perforando la cute con la bocca e succhiando sangue. Attaccano le loro uova (chiamate lendini) molto saldamente alla radice dei peli pubici o di altre zone del corpo e depositano un liquido che causa intenso prurito. Le lendini sono opalescenti, di forma allungata di circa 1 mm.

Vivono quasi esclusivamente sul corpo umano perché non possono resistere a lungo lontano dall’ospite.

La femmina del pidocchio vive 3 settimane e depone circa 300 uova, che maturano e si schiudono in 7 giorni, alla temperatura ottimale di 32° C.

La pediculosi non fa distinzioni tra classi sociali o tra persone che hanno più o meno cura della propria igiene. I pidocchi del pube non sono veicoli di malattie gravi.

Il contagio Il contagio può avvenire attraverso:

  • Contatto sessuale
  • Contatto fisico stretto
  • Scambio di biancheria intima, biancheria da bagno, uso di sanitari e strumenti igienici infetti etc.
I segni di allarme Intenso prurito nella zona pubica, ai genitali esterni e al pube, o in altre zone pelose del corpo, dove il parassita può diffondere (per es. ascelle, barba, ciglia, sopracciglia).
La diagnosi Può essere fatta facilmente con la ricerca ad occhio nudo o con una lente di ingrandimento degli insetti e delle uova annidati nei peli del pube.
La prevenzione Nessun prodotto ha un effetto preventivo, per cui non si può escludere una successiva reinfestazione. Per prevenirla è importante evitare lo scambio di biancheria intima, da bagno o da letto ed un periodico controllo dei peli pubici e delle ascelle con una lente e con un pettine a denti stretti.
Il trattamento Il trattamento di scelta, che deve essere seguito da tutti i partner coinvolti, è un antiparassitario per uso locale (polvere, shampoo, creme etc) che va consigliato dal medico. Va evitato il contatto con le mucose e con gli occhi. Dopo l’uso sono possibili reazioni cutanee locali.

Altre importanti precauzioni sono:

  • Lavaggio di abiti e biancheria intima, da bagno e da letto in acqua bollente.
  • Controllo attento e quotidiano (con lente di ingrandimento e con pettine a denti stretti) della zona pubica e delle ascelle per asportare gli insetti morti e sfilare le uova prima che si schiudano.
  • L’aceto, grazie al pH acido, discioglie la sostanza adesiva che fissa le lendini ai peli e, quindi, ne facilita la sfilatura.
  • Eventuale rasatura dei peli.
La prognosi La risoluzione è piuttosto rapida se il trattamento è tempestivo e seguito scrupolosamente da tutti i partner.
Le complicazioni che possono insorgere se la malattia non viene curata. I pidocchi possono diffondere dall’area del pube ad altre zone pelose, come le ascelle o la barba, causando irritazione, lesioni e infezioni secondarie.

Scabbia

Il tipo di malattia

Infestazione parassitaria

La scabbia è una malattia contagiosa della cute umana causata dalla femmina dell’acaro Sarcoptes scabiei. La femmina dell’acaro, dopo l’accoppiamento con il maschio (che muore subito dopo), che avviene nelle pieghe cutanee, riesce a penetrare nello strato corneo, scavando una galleria dove muore dopo avere depositato le uova. Da queste nascono le larve, che diventano parassiti maturi nell’arco di 2 settimane e possono diffondersi.

La scabbia è molto comune in tutto il mondo, e colpisce persone di tutte le razze e di tutte le classi sociali. Si diffonde rapidamente soprattutto negli ambienti molto affollati come ospedali, scuole, caserme etc.

La scabbia rappresenta il corrispettivo umano della rogna degli animali domestici (cani, maiali).

Il contagio
  • La scabbia si contrae per contatto diretto con persone già infettate.
  • Il contatto deve essere prolungato; una rapida stretta di mano o un veloce abbraccio, in genere, non sono contagiosi.
  • La scabbia si trasmette facilmente tra partner sessuali e anche agli altri membri della famiglia.
  • Il contagio può avvenire anche attraverso il contatto con biancheria, lenzuola, asciugamani od oggetti contaminati. Lontano dal corpo umano, i parassiti della scabbia sopravvivono per 48-72; quando vivono sul corpo di una persona, le femmine adulte possono sopravvivere più a lungo, fino a un mese.

Il contagio non può avvenire attraverso il contatto con animali domestici. Anche nel caso che essi siano infestati, i loro parassiti sono differenti. Stando a contatto ravvicinato e prolungato, tali parassiti possono passare sulla cute dell’uomo, provocando irritazione e prurito, ma muoiono in un paio di giorni e non sono in grado di riprodursi. La cosa immediata da fare in questo caso è portare l’animale dal veterinario, per una cura adeguata.

Fattiri di rischio Rapporti sessuali non protetti, con più di un partner o con un partner che ha rapporti sessuali multipli possono aumentare il rischio di contagio.

Le persone con deficit del sistema immunitario e gli anziani sono a rischio di una forma più severa di scabbia (scabbia norvegese), crostosa, diffusa su tutta la cute.

I segni di allarme I primi sintomi si manifestano dopo un’incubazione di 2-6 settimane dal contagio (se è la prima volta) oppure dopo pochi giorni (se è una recidiva), e sono caratterizzati da:

  • Prurito intenso, in genere di notte o quando il soggetto è accaldato. Il prurito provoca lesioni da grattamento.
  • Le lesioni si localizzano, in genere, nella regione ombelicale e genitale, sulle mammelle, nelle pieghe anteriori delle ascelle, alle mani, negli spazi interdigitali, sulla superficie anteriore dei polsi e dei gomiti. Non compaiono, in genere, sul volto.
  • Possono comparire anche infezioni secondarie dovute a batteri, cosiddetti opportunisti (infezioni opportuniste) perché approfittano di una situazione di debolezza per moltiplicarsi.
  • Caratteristica della scabbia è anche la comparsa di vescicole di aspetto perlaceo e di caratteristiche gallerie sottocutanee (cunicoli) scavate dalla femmina dell’acaro nello strato corneo.
La diagnosi La diagnosi si basa su:

  • Un’accurata visita medica.
  • Esame diretto al microscopio del materiale prelevato dalla lesione.
  • Test di laboratorio.
La prevenzione Il modo più sicuro per evitare il contagio di una MST, è l’astinenza dai rapporti sessuali per via vaginale, orale o anale, o mantenersi per un lungo periodo di tempo strettamente e reciprocamente monogamici, cioè avere rapporti con un solo partner, chiaramente non infetto.

Il profilattico, se usato regolarmente e in modo corretto, può ridurre notevolmente il rischio di trasmissione della scabbia, solo se la lesione e le vescicole sono in un’area genitale coperta dal condom. Non offre alcuna protezione per le lesioni e le vescicole localizzate in aree non coperte dal profilattico.

In caso di dubbio dopo un rapporto occasionale, o di insorgenza di uno dei sintomi elencati sopra, è utile evitare contatti e rapporti sessuali e rivolgersi tempestivamente al ginecologo o al proprio medico curante per una diagnosi certa.

Dopo una diagnosi di scabbia, è doveroso avvisare tutti i partner sessuali recenti e/o i familiari in modo che possano rivolgersi al medico e seguire un’eventuale cura. Questo comportamento oltre a essere sinonimo di maturità consente di ridurre il rischio di diffusione della malattia e di reinfezione.

È importante evitare contatti o rapporti sessuali durante il trattamento per ridurre il rischio di una reinfezione.

Il trattamento La terapia di scelta è a base di farmaci antiparassitari, che devono essere indicati dal medico. Seguire scrupolosamente le indicazioni.

Il trattamento non immunizza verso una nuova infestazione se si viene nuovamente a contatto con un partner, una persona o un oggetto infettato.

Il prurito può continuare anche per qualche settimana dopo il trattamento. Ciò non significa che si è ancora infette. Spesso il medico prescrive un farmaco per calmare il prurito e ridurre il rischio di lesione da grattamento.

Tutta la biancheria utilizzata dalla persona infetta fino a 2 giorni prima del trattamento va lavata in acqua bollente.

La prognosi La guarigione è rapida e completa, se la cura è tempestiva.
Le complicazioni Non vi sono complicazioni particolari se non le lesioni da prurito che possono infettarsi

Sifilide

Altre denominazioni Lue; nella tradizione popolare si ritrovano moltissimi nomi che definiscono l’infezione (morbo gallico, mal napolitain, mal francese etc).

Il termine sifilide fu coniato dal medico di Verona Gerolamo Fracastoro, nella prima metà del 1500 nella sua opera Syphilis sive de morbo gallico , ispirandosi al mitico pastorello Sìfilo che, dopo avere offeso Apollo, venne condannato dal Dio a una terribile malattia che ne deturpa per sempre la bellezza.

Il tipo di infezione

Infezione batterica

La sifilide è causata da un batterio, il Treponema pallidum. I treponemi (dal greco trépo , avvolgere, e nèma , filamento) sono microrganismi molto mobili e flessibili, a forma di spirale, di lunghezza variabile, con spiccata invasività per l’organismo umano.

Secondo la tradizione popolare, questa malattia venerea, altamente contagiosa, venne introdotta in Europa dai marinai di Cristoforo Colombo, al ritorno dal Nuovo Mondo, e poi diffusa in Italia dai soldati dell’armata di Carlo VIII ( mal francese ).
La sifilide presentò caratteristiche di grave epidemia ad alta letalità fino alla prima metà del novecento, quando la scoperta della penicillina trasformò l’infezione letale in una malattia curabile.

Dopo un lungo periodo di regressione, negli ultimi anni, i casi di sifilide sono in aumento, anche se con quadri clinici meno gravi rispetto al passato.

Il contagio Qualsiasi persona sessualmente attiva può infettarsi con il treponema.

Si trasmette soprattutto per contagio diretto sessuale (sifilide acquisita) con secrezioni infette. I treponemi si moltiplicano nel punto di ingresso (cute e mucose genitali) dopo essere passati nell’organismo del soggetto sano attraverso le mucose integre oppure attraverso una microlesione. Dal punto iniziale di moltiplicazione, i germi possono poi diffondere ai linfonodi e invadere il sangue.

Il periodo di incubazione oscilla tra i 10 giorni e i 3 mesi (mediamente 3 settimane).

La trasmissione avviene difficilmente attraverso indumenti, biancheria od oggetti contagiati.

Una donna malata di sifilide può contagiare il figlio durante la gravidanza (sifilide congenita) e l’allattamento. L’infezione si trasmette attraverso la placenta o attraverso le lesioni che si verificano durante il passaggio del feto nel canale del parto.

Più recente è l’infezione della donna, rispetto al concepimento, più probabile sarà il contagio del feto.

I fattori di rischio
  • Rapporti sessuali non protetti.
  • Rapporti sessuali con più di un partner.
  • Rapporti sessuali con un partner che ha rapporti sessuali multipli con partner diversi.
  • La circoncisione favorisce il rischio di contagio e la diffusione dell’infezione.
I segni di allarme La sifilide può decorrere senza sintomi per anni e trasmettersi da un partner all’altro senza che entrambi ne siano consapevoli. Se non viene trattata, può evolvere in tre stadi distinti:

Sifilide primaria

Nel punto di ingresso del batterio compare una papula che si trasforma nel tempo in una piccola ulcera, non dolorosa, a fondo duro (in cui si trovano i treponemi), in genere singola, localizzata normalmente sugli organi genitali, ma non sempre: può comparire anche in bocca o nella zona anale.

Si osserva, in genere, rigonfiamento delle linfoghiandole inguinali, adiacenti all’ulcera (linfadenite).

Questa lesione, detta sifiloma primario, può passare inosservata e sparire spontaneamente dopo alcune settimane o alcuni mesi. Se non viene riconosciuta e trattata può evolvere in modo silente nel secondo stadio (sifilide secondaria).

Sifilide secondaria

Il secondo stadio può manifestarsi diverse settimane (3-8, ma anche di più) dopo la scomparsa del sifiloma ed è caratterizzato dalla diffusione nel sangue dei treponemi.

Nell’arco di 1-3 mesi si manifestano e guariscono in molte parti del corpo, eruzioni cutanee rosate, chiamate roseole oltre a placche di colore bruno-violaceo. Le lesioni cutanee e delle mucose possono contenere treponemi e, se sono ulcerate, diventano molto contagiose. In genere non sono pruriginose.

Possono essere frequenti cefalee, nausee, dolori multipli, frequente spossatezza, modesta febbre, linfadenite diffusa, splenomegalia.

Le unghie sono fragili, si assiste a perdita di capelli e a riduzione del peso corporeo.

Anche questa fase – che può essere talora confusa con una comune infezione locale – può risolversi spontaneamente senza trattamento. Se non viene trattata, tuttavia, progredisce in modo latente, subdolo, e irreparabile verso il terzo stadio (sifilide terziaria).

Sifilide terziaria

Una volta passate le fasi primaria e secondaria, se la malattia non viene trattata, essa evolve per molto tempo, anche oltre 10 anni, in modo silente (sifilide latente), causando gravi complicanze (vedi complicanze più avanti). La fase terziaria è caratterizzata da zone di indurimento (gomme luetiche), costituite da tessuto necrotico e cicatriziale, che possono formarsi in vari organi vitali.

La diagnosi La diagnosi di sifilide si basa principalmente su:

  • Accurata visita medica.
  • Osservazione diretta al microscopio del materiale prelevato dalle lesioni.
  • Esame del sangue e test di laboratorio specifici, volti soprattutto a rilevare l’eventuale presenza di anticorpi contro il treponema (TPHA). Questi esami vengono eseguiti di routine anche nella batteria di test preconfezionali. In caso di positività, l’esame va confermato da altri test di laboratorio (FTA-ABS). Se anche questi esami sono positivi, è, raccomandabile un’adeguata terapia antibiotica per trattare la sifilide prima del concepimento, per non mettere a rischio il feto, oltre che se stesse.
La prevenzione Il modo più sicuro per evitare il contagio di una MST, è l’astinenza dai rapporti sessuali per via vaginale, orale o anale, o mantenersi per un lungo periodo di tempo strettamente e reciprocamente monogamici, cioè avere rapporti con un solo partner, chiaramente non infetto.

Il profilattico, se usato regolarmente e in modo corretto, può ridurre notevolmente il rischio di trasmissione della sifilide, solo se l’ulcera è in un’area genitale coperta dal condom. Non offre alcuna protezione per le ulcere localizzate in aree non coperte dal profilattico.

In caso di dubbio dopo un rapporto occasionale, o di insorgenza di uno dei segni/sintomi elencati sopra, è utile evitare contatti e rapporti sessuali e rivolgersi tempestivamente al ginecologo o al proprio medico curante per una diagnosi certa. La trasmissione di una MST, inclusa la sifilide non può essere prevenuta lavando i genitali, urinando o facendo una doccia dopo un rapporto a rischio.

Dopo una diagnosi di sifilide, è doveroso avvisare tutti i partner sessuali recenti in modo che possano anch’essi rivolgersi al medico e seguire una cura, se necessario. Questo comportamento oltre a essere sinonimo di maturità consente di ridurre il rischio di diffusione della malattia o di sviluppo di gravi complicazioni.

Prima di concepire un bambino, una donna affetta da sifilide, deve curarsi adeguatamente, insieme al partner.

Il trattamento La sifilide è semplice da curare nei primi stadi dell’infezione.

La terapia di scelta si basa sull’uso della penicillina e dei suoi derivati, eventualmente associati ad altri farmaci. In caso di intolleranza o allergia alla penicillina, possono essere utilizzati altri antibiotici.

Gli antibiotici utilizzati uccidono ed eliminano il batterio della sifilide e prevengono danni futuri, ma non riparano i danni già presenti, che sono irreversibili. Dopo la guarigione, sono consigliati, in genere, alcuni controlli periodici.

È importante evitare contatti o rapporti sessuali durante il trattamento, per ridurre il rischio di una reinfezione.

Non esistono farmaci da automedicazione o rimedi domestici per la cura della sifilide.

Un trattamento di successo, non protegge una persona da un’eventuale reinfezione di sifilide, se viene a contatto con un partner infetto. In questo caso è utile parlare con un medico che valuterà la necessità di sottoporsi a nuovi test di laboratorio per la conferma o meno dell’infezione.

La prognosi La guarigione è in genere rapida, se la malattia è riconosciuta nei primi stadi. La cura deve essere tempestiva e seguita scrupolosamente da tutti i partner infetti.
Le complicazioni che possono insorgere se la malattia non viene curata

Anche le complicazioni, come i sintomi possono decorrere in modo subdolo e silente.

Donna / Uomo

La fase terziaria (che può insorgere se la malattia non viene riconosciuta e curata in tempo) espone, inevitabilmente, la persona colpita a complicanze, gravi e irreversibili, a carico degli organi vitali interni come cuore, cervello, nervi, vasi, ossa e cartilagini. I segni e i sintomi includono difficoltà di coordinamento dei movimenti, paralisi, torpore, graduale cecità, demenza etc.

Decorso della sifilide non trattata

Le ulcere genitali causate dalla sifilide possono sanguinare facilmente e favorire la trasmissione e il contagio di infezione da HIV (virus dell’AIDS). È stato calcolato che il rischio aumenta di 2-5 volte, quando è presente la sifilide.

Feto / Neonato

Il feto contagiato può morire prima del parto (aborto) oppure può nascere a termine, con eruzione bollose sulla cute e tipici arrossamenti intorno alla bocca e al naso. Se non viene trattato immediatamente, il neonato può andare incontro a gravi anomalie dello sviluppo.

Tricomoniasi

Il tipo di infezione

Infezione delle vie genitali causata da un parassita (protozoo) microscopico, il Trichomonas vaginalis

La tricomoniasi è una delle più comuni infezioni trasmesse per via sessuale. La vagina è la localizzazione più frequente nella donna, l’urestra nell’uomo.

Se l’infezione viene trascurata, il tricomonas può risalire dalle vie genitali, infettando anche le vie urinarie.

Il contagio Qualsiasi persona sessualmente attiva può infettarsi con il tricomonas.

L’infezione si trasmette attraverso i rapporti sessuali per via vaginale.

Raramente, il contagio può avvenire anche tramite biancheria infettata od oggetti contaminati (il parassita può vivere al di fuori del corpo fino a circa 45 minuti).

Il neonato può essere contagiato durante il parto.

I fattori di rischio Rapporti sessuali non protetti.

Rapporti sessuali con più di un partner.

Rapporti sessuali con un partner che ha rapporti sessuali multipli con partner diversi.

Persone con disturbi o deficit del sistema immunitario

La tricomoniasi è spesso associata ad altre malattie sessualmente trasmesse come gonorrea, sifilide, infezioni da Clamidia e HIV.

I segni di allarme

Donna

In molte donne, l’infezione può essere asintomatica.

Sintomi più frequenti (entro 5-28 giorni dall’esposizione al parassita)

  • Prurito, irritazione e infiammazione locali.
  • Arrossamento e sensazione di bruciore a livello della vulva e della vagina. Eventuale gonfiore alle piccole e grandi labbra.
  • Perdite anomale di colore giallo-verdastro, schiumose, in genere maleodoranti, talvolta con piccole macchie emorragiche.
  • Dolore durante i rapporti sessuali (dispaureunia).
  • Dolore durante l’emissione di urina.

Uomo

Nell’uomo, la malattia è quasi sempre asintomatica

Talvolta, tuttavia, possono manifestarsi:

  • Piccole perdite biancastre dal pene, di solito mattutine.
  • Bruciore durante l’emissione di urina o l’eiaculazione.
  • Infiammazione e infezione della prostata, delle vescichette seminali e/o dell’uretra.
La diagnosi La diagnosi si basa su:

  • Un’accurata visita ginecologica (alcune donne possono manifestare la cosiddetta “cervice a fragola” per la presenza di piccole macchie rossastre sulla cervice e sulla parete della vagina).
  • La dimostrazione microscopica diretta della presenza di Trichomonas vaginalis nel tampone vaginale prelevato.
  • L’analisi delle urine.
La prevenzione Il modo più sicuro per evitare il contagio di una MST, incluso l’HIV, è l’astinenza dai rapporti sessuali per via vaginale, orale o anale, o mantenersi per un lungo periodo di tempo strettamente e reciprocamente monogamici, cioè avere rapporti con un solo partner, chiaramente non infetto.

Il profilattico, se usato regolarmente e in modo corretto, può ridurre notevolmente il rischio di trasmissione della gonorrea, ma non protegge al 100%.

In caso di dubbio dopo un rapporto occasionale, o di insorgenza di uno dei sintomi elencati sopra, è utile evitare contatti e rapporti sessuali e rivolgersi tempestivamente al ginecologo o al proprio medico curante per una diagnosi certa.

Dopo una diagnosi di tricomoniasi, è doveroso avvisare tutti i partner sessuali recenti in modo che possano rivolgersi al proprio medico e seguire una cura. Questo comportamento oltre a essere sinonimo di maturità consente di ridurre il rischio di diffusione della malattia, di reinfezione o di sviluppo di complicazioni.

È importante evitare contatti o rapporti sessuali durante il trattamento per ridurre il rischio di una reinfezione.

Valgono tutte le norme di igiene comportamentale di base esposte nella parte generale relativa alle MST.

Il trattamento La terapia di scelta per la tricomoniasi è un farmaco, il metronidazolo, molto attivo su parassiti come il Trichomonas vaginalis e su alcuni tipi di batteri. L’assunzione del farmaco per via orale può provocare nausea o lasciare un retrogusto metallico in bocca, per questo è consigliabile assumere il farmaco dopo avere mangiato.
È molto importante, inoltre, non assumere alcolici durante il trattamento, in quanto possono aumentare notevolmente la sensazione di nausea e/o vomito.Il metronidazolo non è in genere indicato in gravidanza, soprattutto durante il primo trimestre. Consultare il proprio ginecologo per il trattamento più adeguato.

Tutti i partner sessuali devono seguire la terapia contemporaneamente, per evitare eventuali reinfezioni.

La prognosi La guarigione è rapida, se il trattamento è tempestivo e se vengono curati contemporaneamente tutti i partner sessuali.

L’infezione può recidivare anche dopo un trattamento andato a buon fine.

Le complicazioni che possono insorgere se la malattia non viene curata La tricomoniasi di per sé non è una malattia associata a serie complicazioni. Tuttavia, se viene trascurata e non trattata adeguatamente può determinare:

  • Un aumento da 3 a 5 volte del rischio di trasmissione dell’HIV, il virus che causa l’AIDS.
  • Un aumento del rischio di parto prematuro.
  • Un aumento del rischio di basso peso alla nascita.

Vaginosi batterica

Altre denominazioni Vaginosi da Gardnerella.
Il tipo di infezione

Infezione batterica

La vaginosi batterica è la più comune causa di sintomi da vaginite tra le donne in età fertile.

La vaginosibatterica si manifesta quando la normale flora batterica vaginale(costituita prevalentemente da Lattobacilli come il bacillo di Doderleinche vive abitualmente nella vagina della donna dove svolge un ruolo benefico)viene sostituita da altri batteri che, trovando condizioni favorevoli,crescono numericamente e possono diventare pericolosi. Tra questi, uno dei principali è la Gardenella vaginalis; altri sono il Bacteroides, Mobiluncus e il Mycoplasma hominis.

Il contagio Il contagio avviene attraverso i rapporti sessuali con persone infette, sebbene a tutt’oggi non siconosca il ruolo esatto dell’attività sessuale sulla diffusione dellamalattia.

Il contagio non può avvenire percontatto con biancheria infetta, in piscina, o toccando oggettiinfettati.

I fattori di rischio Le cause della vaginosi batterica non sono state ancora chiarite del tutto.

L’aumento della frequenza dirapporti sessuali può rappresentare un fattore predisponente unavaginosi da Gardnerella. Questo perché lo sperma maschile abbassa il pH della vagina, creando condizioni ambientali favorevoli agli spermatozoi ma anche ad alcuni batteri che normalmente non si riscontrano nellamicroflora vaginale della donna sana.

Maggiore è il numero di partnersessuali, maggiore è il rischio di vaginosi batterica.

L’inserimento di un dispositivointrauterino (IUD) è associato, in alcune donne, a un maggior rischio di vaginosi batterica.

Anche l’abuso di lavande vaginali può alterare il normale equilibrio dell’ambiente vaginale e può determinare un aumento del rischio di vaginosi batterica.

I segni di allarme

Donna

Circa la metà delle donne con vaginosi batterica è asintomatica, l’altra metà manifesta generalmente:

  • Perdite vaginali di coloregrigiastro con gradevole odore di pesce (molto penetrante dopo unrapporto sessuale), dovuto alla produzione da parte del batterio diparticolari sostanze (ammine).
  • Irritazione e infiammazione dellavagina e della zona circostante.
  • Talvolta dolore durante i rapporti sessuali o nell’urinare.
  • Raramente è presente pruritoall’apertura della vagina.

Uomo

Nell’uomo, l’infezione diffonde con difficoltà. In alcuni uomini, tuttavia, si manifestano infiammazione del prepuzio e del glande.

La diagnosi La diagnosi viene, in genere, posta attraverso:

  • L’esame fisico da parte delginecologo
  • L’esame al microscopio di un tampone vaginale.
  • Il fishy odor test o test delle ammine, che valutal’eventuale liberazione del caratteristico odore di pesce dal tamponeprelevato.
  • Semplici test di laboratorio pervalutare l’assenza di Lattobacilli e la presenza di particolari cellule (“clue cells”), costituite da cellule superficiali dellamucosa vaginale a cui aderiscono i batteri.
  • La determinazione del pH della secrezione vaginale che, in corso di vaginosi batterica, diventa piùbasico rispetto alla sua normale acidità.
La prevenzione Il modo più sicuro per evitare il contagio di una MST è l’astinenza dai rapporti sessuali per viavaginale, orale o anale, o mantenersi per un lungo periodo di tempo strettamente monogamici, cioè avere rapporti con un solo partner,chiaramente non infetto.

Il profilattico, se usatoregolarmente e in modo corretto, può ridurre notevolmente il rischio di trasmissione di una MST, ma non protegge al 100%.

Dopo una diagnosi di vaginosi batterica, è importante avvisare tutti i partner sessuali recenti inmodo che possano rivolgersi al proprio medico per un controllo (tampone uretrale).

È sempre importante evitare contattio rapporti sessuali durante il trattamento per ridurre il rischio di unareinfezione.

Per evitare le frequenti recidive sono utili alcuni consigli di igiene comportamentale:

  • Lavare le parti intime sempre dal davanti all’indietro per evitare che batteri del retto possanodiffondersi nella vagina.
  • Curare l’igiene intima e asciugare sempre molto bene la zona vulvare (per es. d’estate evitare di tenere alungo il costume bagnato).
  • Evitare lavande vaginali,soprattutto se si è predisposti a vaginosi batterica.
  • Evitare spray per l’igiene intima, saponi troppo duri e aggressivi o profumati.
  • Evitare indumenti intimi troppo stretti e sintetici che trattengono l’umidità delle parti intime e fanno respirare poco il corpo.
Il trattamento La terapia specifica è a base diantibiotici (in genere metronidazolo o clindamicina) che devono essereprescritti dal medico. Possono essere assunti sia per bocca che comecrema o gel da spalmarsi localmente. Sono indicati per tutte le donne, in gravidanza e non, ma a dosaggi differenti.

In alcune donne il trattamento pervia orale può provocare nausea o lasciare un retrogusto metallico inbocca, per questo è consigliabile assumere il farmaco dopo averemangiato.

Non assumere alcolici durante iltrattamento, in quanto possono aumentare notevolmente la sensazione dinausea e/o vomito.

La vaginosi da Gardnerella può dare recidive. In tal caso possono essere utili terapie periodiche, sempredopo prescrizione medica.

È molto importante curare la vaginosi batterica, ed è indispensabile farlo (come vi raccomanderà il ginecologo) prima dell’inserimento di una spirale.

I partner maschili in genere nonnecessitano di trattamento. Partner femminili devono sempre esseretrattate.

Il trattamento è particolarmenteimportante per la donna gravida. In particolare, molti medici consiglianoun test per la vaginosi batterica (e il trattamento in caso dipositività) in tutte le donne in gravidanza che abbiano già avuto parti prematuri o neonati con basso peso.

Il trattamento va sempre seguito interamente eprotratto per l’intero periodo di terapia prescritto dal medico, anchenel caso in cui i sintomi siano spariti.

La vaginosi batterica può darerecidive anche dopo un trattamento che ha avuto successo.

La prognosi La risoluzione può essere rapida se il trattamento è tempestivo.
Le complicazioni che possono insorgere se la malattia non viene curata In molti casi, la vaginosi batterica non causa complicazioni.

Negli ultimi anni sono stati, tuttavia, documentati in alcuni casi rischi correlati alla vaginosi da Gardnerella, quando non trattata correttamente. Tra questi:

  • La Malattia Infiammatoria Pelvica (PID), una gravemalattia che può causare danni permanenti e che rappresenta una delle maggiori cause di sterilità.
  • Gravidanza extrauterina (ectopica) e altre complicazioni come parto prematuro e basso peso del neonato.
  • Aumentata sensibilità verso altreMST come la clamidia, la gonorrea o l’infezione da HIV, il virusdell’AIDS, se la donna ha rapporti sessuali con persone infette.
  • Aumentata possibilità che una donnaHIV positiva possa passare il virus al partner sessuale.

Ulcera Molle

Altre denominazioni Ulcera venerea, ulcera cancroide.
Il tipo di infezione

Infezione batterica

È causata da un batterio, l’Haemophilus ducreyi, a forma di bastoncello. Deve il suo nome a Ducreyi, lo scienziato che per primo lo isolò nel 1889.

Provoca lesioni caratteristiche che compaiono, in genere, dopo un periodo di incubazione di 3-7 giorni o più.

Le lesioni interessano soprattutto i genitali, il perineo e l’area intorno all’ano.

Il contagio Il contagio avviene sempre per via diretta attraverso i rapporti sessuali, anche se le ulcere provocate dal batterio possono diffondersi per autoinoculazione (se si toccano le ulcere, infatti, i batteri possono trasferirsi sulle dita e da queste diffondersi alla bocca o ad altre aree).

Può essere causata da piccole lesioni della mucosa provocate da un trauma o da un’abrasione durante il coito.

Le ulcere aperte possono favorire il contagio con altre malattie sessualmente trasmesse.

La promiscuità sessuale e la scarsa igiene nei contatti sessuali favoriscono la trasmissione di questa MST.

L’infezione non può essere trasmessa dalla madre al neonato durante il parto.

I fattori di rischio Rapporti sessuali non protetti.

Rapporti sessuali con più di un partner.

Rapporti sessuali con un partner che ha rapporti sessuali multipli con partner diversi.

La circoncisione favorisce il rischio di contagio e la diffusione dell’infezione.

I segni di allarme L’ulcera molle può colpire ambo i sessi, anche se è molto più frequente nell’uomo. È caratterizzata da ulcere necrotiche nel punto di attecchimento del batterio.

Le caratteristiche lesioni si manifestano dapprima (3-5 gg dal contagio) sotto forma di piccole papule, che dopo 1-2 giorni evolvono in piccole vescicole e pustole che tendono a scoppiare e a confluire tra loro e a formare un’ulcera dal profilo irregolare e dalle dimensioni variabili (mm-cm).

L’ulcera è caratterizzata da un margine tumefatto e un centro molle (da cui il nome comune di ulcera molle), pieno di materiale purulento (pus).

Nella donna, l’ulcera è in genere asintomatica, mentre può essere molto dolorosa nell’uomo.

L’ulcera si accompagna spesso a gonfiore dei linfonodi (linfoadenopatia) posti nelle vicinanze.

Inizialmente la lesione è solitaria, ma può, facilmente moltiplicarsi per autoinoculazione. Nell’uomo le lesioni si localizzano soprattutto alla base del glande, nella donna sulle piccole e grandi labbra e vicino al clitoride. Sedi meno frequenti sono lo scroto, il perineo (area tra lo scroto o la vagina e l’ano), l’ano, il retto e le cosce.

Le ulcere della zona anale possono sanguinare e causare dolore durante l’emissione delle feci.

La diagnosi La diagnosi si basa su un’accurata visita medica per valutare la natura delle lesioni e test specifici di laboratorio sul campione di materiale prelevato da un’ulcera.

Un esame del sangue viene spesso richiesto dal medico per identificare l’eventuale presenza di altre malattie sessualmente trasmesse.

La prevenzione Il modo più sicuro per evitare il contagio di una MST, incluso l’HIV, è l’astinenza dai rapporti sessuali per via vaginale, orale o anale, o mantenersi per un lungo periodo di tempo strettamente e reciprocamente monogamici, cioè avere rapporti con un solo partner, chiaramente non infetto.

Il profilattico, se usato regolarmente e in modo corretto, può ridurre notevolmente il rischio di trasmissione della ulcera molle, ma non protegge al 100%.

In caso di dubbio dopo un rapporto occasionale, o di insorgenza di uno dei segni/sintomi elencati sopra, è utile evitare contatti e rapporti sessuali e rivolgersi tempestivamente al ginecologo o al proprio medico curante per una diagnosi certa.

Dopo una diagnosi di ulcera molle, è doveroso avvisare tutti i partner sessuali recenti in modo che possano rivolgersi al proprio medico e seguire la cura. Questo comportamento oltre a essere sinonimo di maturità consente di ridurre il rischio di diffusione della malattia.

È importante evitare contatti rapporti sessuali durante il trattamento per ridurre il rischio di una reinfezione.

Valgono tutte le norme di igiene comportamentale di base esposte nella parte generale relativa alle MST.

Il trattamento Il trattamento si basa sull’assunzione di antibiotici, in genere per bocca o per via intramuscolare.

È sempre richiesta almeno una visita di controllo dopo 7 giorni dall’inizio del trattamento.

La completa guarigione si ottiene in genere dopo una decina di giorni, ma possono occorrere anche 2 settimane. È importante seguire tutte le indicazioni del medico.

Talvolta può essere necessaria l’agoaspirazione del materiale purulento all’interno delle ulcere.

La prognosi Le ulcere molli possono talvolta guarire rapidamente e spontaneamente (soprattutto migliorando le abitudini igieniche), ma molto più spesso possono persistere e indurre profonde ulcerazioni che richiedono una terapia più prolungata. Per questo è importante rivolgersi al medico nel più breve tempo possibile.
Le complicazioni che possono insorgere se la malattia non viene curata L’ulcera molle è un’infezione acuta e locale che in genere non provoca complicazioni a lungo termine.

Le recidive non sono frequenti a meno che il trattamento sia seguito in modo scorretto (per es. riducendo di propria iniziativa la dose o la durata della terapia), vi sia un deficit del sistema immunitario o la persona sia stata riesposta al batterio.

La presenza di ulcere può predisporre al contagio di altre malattie sessualmente trasmesse o di altre infezioni batteriche (infezioni secondarie o opportuniste).

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